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Recensione Cosmopolis (Cinetology)-” il primo grande film d’autore sulla Grande Crisi Finanziaria

by on ago.06, 2012, under Interviste

 

Luke Buckmaster scrive su Cinetology 

traduzione italiana @fearlessmore

 

Il regista veterano David Cronenberg, che per decenni ha occupato una posizione di rilievo come uno dei registi viventi più interessanti e inventivi d’America, sembrava veleggiare per porti più sicuri.

Un trio di drammi di classe,a volte vigorosi – ma da portarci tranquillamente la mamma – (A History of Violence [2005], La promessa dell’assassino [2007], e quest’anno A Dangerous Method) mostrano poco dell’ audacia dei suoi film di rottura che gli diedero la palma di titolare del ‘New Flesh’: le mutazioni selvagge del corpo e della psiche in film come Shivers (1975), Scanners (1981), La mosca (1986), Crash (1996), e eXistenZ (1999 ).

La riflessione esistenziale del Cosmopolis post GFC- fedelmente tratto dal romanzo di Don DeLillo del 2003 , profeticamente scritto una manciata di anni prima che il sistema bancario americano distruggesse gli azionisti a livello mondiale e generasse una recessione globale – cambia il processo evolutivo della carriera di Cronenberg. O forse semplicemente ne riallinea la percezione , riportando, ad un pubblico teso al visionario, giochi intellettuali a volte sconcertanti,racchiusi in semplici premesse.

Il risultato più evidente del film, argomento primario di discussione per i mass media che si sono occupati del film, è quello di portare il “laureato” in Twilight Robert Pattinson, strizzando gli occhi, alla luce del sole – o se preferite, di farlo uscire dalle ombre dell’arte cinematografica, tra le urla caotiche delle teenagers che fissano avidamente il suo poster sulle pareti della loro camera da letto,e che possono aver considerato il romantico Water for Elephants di Francis Lawrence un po ‘troppo pesante per i loro gusti.

Se le sostenitrici di Pattinson comprano il biglietto per il “tour” di Cosmopolis, possono trovarsi non tanto nel cinema sbagliato quanto sull’aereo esistenziale sbagliato . Come tutti gli altri, si troveranno su un binario di scelta a senso unico : decidere se impegnarsi con la pellicola al livello intellettuale che richiede, o respingerlo come qualcosa di incompatibilmente strano , un miscuglio di divagazioni di personaggi alieni in un cast da ‘il mondo intero è un palcoscenico’ che si confonta sulla base di folli modelli.
Il film è ambientato in uno scenario futuristico metropolitano , che potrebbe essere una qualsiasi città, resa dura dalla triste realtà e intorpidita dalle folate di un vento immaginario.

La maggior parte delle scene di Cosmopolis sono girate dentro e intorno alla limousine del 28enne miliardario Eric Packer (Pattinson), che la usa come ufficio mobile, attico e forum di discussione con i suoi collaboratori che appaiono come lampi e scompaiono, e si vedono raramente di nuovo , come se stesse ricordando vagamente dal suo letto di morte una vita intera di incontri e li condensasse in singoli momenti fugaci. Il film è essenzialmente una raccolta di conversazioni.

All’interno del suo elegante ufficio mobile, Packer discute di scommettere contro lo yuan e scruta attentamente uno schermo che lo informa “di cose che non sono ancora successe.” E’ connesso a qualcosa, ma non sappiamo esattamente che cosa. Sappiamo che le sue risorse cominciano a ridursi,e lo vediamo reagire alla potenziale erosione della sua fortuna con nonchalance e impenetrabile sguardo da rettile… di certo Cronenberg non fornisce riferimenti della trama su un piatto d’argento.

La limousine di Packer arranca lentamente attraverso le strade congestionate di New York, come se la sua esistenza fosse una bolla disconnessa dal sistema nervoso centrale del mondo in cui si muove. Il capo della sicurezza lo informa su preoccupanti rischi in cui sta incorrendo: le minacce al presidente, le minacce a se stesso, le minacce per l’economia, i movimenti dei manifestanti.

Packer è una società, non un essere umano, e se gli spettatori si riallacciano alle diverse tematiche di Cronenberg sulla “carne” – così che il corpo di Packer diventi il “corpo fisico” dell’”impresa” – la pellicola passa dallo straparlare alla crittologia profonda e non si torna più indietro.

L’attrito drammatico di Cosmopolis è generato dai componenti del mondo esterno personificati che saltano in macchina, tentano di razionalizzare la propria esistenza – nel tentativo di razionalizzare Packer come lui li razionalizza -, gli ambiti di loro competenza e le sabbie mobili su cui si muovono. Packer è legato a un’altra istituzione, sua moglie, rapporto raffigurato come una serie di accordi e disposizioni presi in sala di consiglio. Entrambi rappresentano imperatori dell’industria, specchiandosi freddamente l’uno nell’altro e vedendo solo la propria ferrea logica riflessa.

Packer esprime chiaro e tondo che non gli piace essere ragionevole e passa il tempo facendo sesso, guardando schermi, sorseggiando vodka, facendosi controllare la prostrata e partecipando alle conversazioni che si succedono come transazioni bancarie. Tutta l’industria e il commercio, una serie di scambi, l’impero di Packer che rischia di andare a fondo – visualizzati attraverso i freddi contorni del corpo di Pattinson e della corazza del veicolo in cui siede – crollano .I graffiti sporcano la lucentezza della vettura , una torta gli viene tirata in faccia, il taglio di capelli è irregolare, gli occhiali da sole neri non schermano più la sua percezione del mondo esterno …Packer è costretto a confrontarsi in un territorio in cui i limiti che aveva segnato si sono dissolti.

The “New Flesh” di Cronenberg esce fuori prepotentemente a margine del film. Guardiamo un politico accoltellato ripetutamente nell’occhio in televisione, ascoltiamo fantasie su genitali invertiti e funghi ai piedi, assistiamo alla visione surreale di un funerale pubblico a bara aperta attraverso le strade di New York, assorbiamo un motivo ricorrente che coinvolge ratti, che sembra non solo un prodotto plateale della protesta anticapitalista, ma una sorta di protesta da parte del film stesso, un avvertimento che qualcosa nel suo nucleo è marcio.

Ma come Packer, il pubblico è in gran parte chiuso alla realtà al di fuori della limousine e lontano dalla presenza del suo protagonista. Cronenberg restringe il suo pubblico all’1 per cento, seduto con lui nella sua sterile corsa truccata , le fiamme di una guerra poco comprensibile che s’innalzano da qualche parte in lontananza, le ruote sotto la vettura che lasciano cenere lungo la loro scia.

L’inquietudine sognante crea un senso di qualcosa che è lì ma non è esattamente reale, o qualcosa di reale che non è esattamente lì, e l’emozione – sottolineata in una sequenza brillantemente bizzarra con Paul Giamatti – pazzo con la testa avvolta in un asciugamano – si ribellerà sempre alla logica; il che porta inevitabilmente ad un testa a testa fra i due, da cui potenzialmente, e forse in ultima analisi, nessun risultato esce fuori.

Questo film è una riflessione cruciale sul movimento Occupy, su suoi elementi positivi e negativi, e perché non è mai diventato veramente tangibile. Se avete bisogno di contestualizzare Cosmopolis in un linguaggio convenzionale , “come cadono i potenti” potrebbe essere la migliore definizione in senso ampio, un film illuminato dalla luci illusorie dei ricchi che pagano le spoglie del loro stile di vita decadente.

Il movimento Occupy che ribolle sullo sfondo rappresenta la spinta emotiva contro le imprese, di quella umanità dal sangue caldo che cerca di riguadagnare terreno contro il ferreo divario intellettuale richiesto dal capitalismo e dalla massa d’impresa – se non trionfare in una guerra – per evitare di perdere tutto.il pubblico percepisce così profondamente che il ricco sta perdendo tutto, che la lagnanza omicida delle masse finalmente passa dalle parole ai fatti e alla violenza. O che l’élite può volgerla volontariamente su di sé come fa Packer- personaggio che Pattinson approccia con un interpretazione che colpisce-, in un trio di ismi: in parti uguali narcisismo, masochismo e nichilismo.

Cosmopolis è il primo grande film d’autore sulla GFC, legato alla catastrofe finanziaria e sociale in un modo allettantemente evasivo. Col senno di poi, la percezione di dove il sistema iniziò a sgretolarsi e come tutto volse verso l’inferno, doveva venire da dentro. Doveva essere una storia americana. Quale posto migliore poteva scegliere Cronenberg per inquadrare la sfida: in strada in bella vista, ma dietro un vetro colorato, raddoppiando l’identità del veicolo nel trono di un re della finanza sempre più sporco.

Il film è destinato ad essere deriso e frainteso, e, deliziosamente,a gettare in confusione i randagi teenager, quando s’intuisce che le capacità del “taglio di prima scelta” Robert Pattinson non riescono a soddisfarli. Non questa volta.

Se Cosmopolis ha ottenuto finanziamenti in parte a causa del suo coinvolgimento, o se Cronenberg riteneva che fosse l’uomo migliore per il ruolo, o entrambi, pochi lo possono dire.
Ma sì:La star di Twilight dal sorriso ammiccante è perfetto in un ruolo che gioca sui suoi punti di forza, non come rubacuori a petto nudo, ma come icona sociale che ci può piacere o meno, e risultarci più o meno familiare, ma la cui immagine evoca una fama in gran parte vuota, quella di una persona invisibile dietro una patina di celebrità.

Il cast intona una sorta di pessimistico dialogo istrionico disseminato copiosamente per tutto ll’allucinante, post apocalittico, verboso Masked and Anonymous (2003) di Larry Charles ’2003, in cui ogni conversazione si offre come studiata e soppesata in anticipo . I personaggi inizialmente sembrano robot intellettuali ad alta potenza, scambio di monologhi interiori, parole scattanti e sfumate attraverso gli inesistenti filtri tra il loro cervello e la loro bocca; una sorta di inversione Seinfeldiana politicizzata, ed estrema, dove niente è sempre tutto.

Conversazioni in parte come “flusso di coscienza” escono fuori da un mix di soggetti, legati da una continua valutazione e rivalutazione del loro posizionamento nell’universo: di se stessi, l’uno dell’altro, di ciò che l’altro lato dell’equazione si aspetta, di ciò che i numeri possono aggiungere. Anche il loro modo di parlare è ” affari”.

Se questo è un balbettio psicotico per le orecchie bloccate, trovate il giusto paio di lobi e il film, con il dialogo di DeLillo e la fotografia audace di Cronenberg di una metropoli devastata, è più che caratteristico, o originale, o unico. E ‘praticamente senza pari. E ‘anche un’altra visione miseramente potente del sogno di un popolo finito male, e mentre questo può anche esser nato nel sonno dello Zio Sam, non abbiamo più il privilegio di chiamarlo “americano”.


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