The Indipendent recensisce Cosmopolis/ The Indipendent reviews Cosmopolis
by Fiammy on giu.20, 2012, under Interviste
Traduzione Italiana @fearlessmore
Cosmopolis di David Cronenberg è un lavoro molto elegante. E così dev’ essere, perché è un film in gran parte sullo stile. Il suo tema è l’aridità, e ancor più il distacco sociopatico con cui oggi i miliardari conducono le loro vite ermeticamente iperprotette. Il problema con le storie che fanno satira sulla decadenza, è che ciò che criticano può finire per diventare seducente . Cosa impedisce a Cosmopolis di diventare vacuamente chic come il mondo che raffigura?
La risposta è nell’intelligenza ironica di Cronenberg – anche se questa è così finemente intessuta che è piuttosto difficile definire come funzioni. Ecco perché alcuni dei suoi film più provocatori – tra cui, Crash e eXistenZ, di cui troviamo echi in questo film – sono tra i suoi più fraintesi.
Cosmopolis rischia di abbracciare la stessa sorte. La fonte è il romanzo di Don DeLillo del 2003, su un giovane finanziere miliardario, Eric Packer (Robert Pattinson), che trascorre una giornata attraversando Manhattan nella sua supertecnologica limousine. Apparentemente sta andando a tagliarsi i capelli, ma in realtà – poiché le sue speculazioni finanziarie spericolate minacciano di affondare lui e l’intera economia mondiale – si sta dirigendo verso un appuntamento con la morte, la verità, il buio impenetrabile al di là dello spettacolo luminoso del suo mondo. Egli sta, si potrebbe dire, viaggiando verso una sofferenza trascendentale.
Più che un adattamento, Cronenberg ne ha fatto una trascrizione: ha tagliato il suo “incidente”, ma ha lasciato gran parte del dialogo iper-stilizzato di DeLillo . Il film segue l’avanzare di Packer verso l’altra parte della città; la sua macchina si muove con regale lentezza a causa di vari ostacoli: tra questi, un corteo presidenziale, il funerale del rapper Sufi, una violenta manifestazione di protesta proprio contro gente come Eric. Di tanto in tanto Eric accoglie nella sua auto passeggeri con i quali s’ impegna in serie conversazioni, a volte astratte. Un’elegante donna (Juliette Binoche) ha con lui un pragmatico incontro sessuale – poi si contorce civettuola mentre discutono la fattibilità di alcuni futuri acquisti d’arte di Eric. “Mercenari” (i suoi consulenti, ndt) discutono di numeri, fluttuazioni valutarie, e della natura “a tempi brevissimi” della conoscenza post-moderna, nella conversazione con Vija Kinsky (Samantha Morton), il “capo della teoria” di Eric.. Un’altra donna (Emily Hampshire) sale a bordo della limo in tempo per assistere al quotidiano esame rettale di Eric – che sfocia in un flirt grottescamente comico, con Eric chino su di lei come un tormentato Francis Bacon nudo.
L’appuntamento finale di Eric è con Benno Levin (Paul Giamatti), un arrabbiato ex-dipendente che incarna un’ormai dismessa cultura pre-digitale. Lungo il tragitto, ci sono altre tappe da effettuare, inclusi diversi incontri vagamente casuali con Elise (Sarah Gadon), la moglie che Eric conosce appena.
Ecco cosa intendo quando parlo di stile: vedere Cosmopolis in un cinema con una buona acustica, e ascoltare il modo in cui la voce setosa e incantatoria della Gadon viene regolata, in modo tale da apparire come un oggetto fisico che riempie lo spazio circostante. Questo potrebbe sembrare solo un effetto, ma è intrinseco alla differenza vera e propria di questo film. Cosmopolis utilizza il suono e il silenzio brillantemente. La limousine è una capsula spaziale che viaggia senza peso per la città, escludendo ogni rumore esterno, che implode nella macchina nel momento in cui lo sportello si apre.
L’auto è al tempo stesso sala del trono e bara, il suo interno in pelle nera è realizzato feticisticamente come qualsiasi cosa nel film Crash di Cronenberg sul rapporto sesso/macchina (vedi il tacco a spillo che la Binoche appoggia sulla console dopo il sesso con Eric). Fuori, il disordine del mondo scorre senza attrito , come il “livestream” di uno spettacolo che si svolge in un altro universo.
La limousine è la psiche di Eric, che non può rimanere sigillata e protetta dall’esterno per tanto tempo… via via, il mondo e la sua mortalità arriveranno fino a lui. Ma la macchina è anche un palcoscenico ambulante per un opera da camera : questo è il film più dichiaratamente teatrale che Cronenberg abbia fatto, un crescendo di faccia a faccia , che si concludono con lo scontro apocalittico col Levin di Giamatti .
Per quanto riguarda ciò che Cosmopolis dice dell’attuale abisso finanziario, non sono sicuro che sia interessato a perseguire le diagnosi del libro di DeLillo. Quello che il film esplora, in modo ipnotico, è l’enigma di come trasformare un libro su un viaggio in limousine, in un’esperienza che è essa stessa un viaggio ,o meglio, una scivolata. Tale è l’alterità nuda e cruda del film, tale che Robert Pattinson- che mette su uno spettacolo forte e ironicamente divertito, come anche un Eric selvaggiamente vuoto – diventa egli stesso un elemento stilistico fra i tanti. Questo è un film bizzarro in modo insuperabile, che alcuni rifiutano apertamente, ma io ne sono stato totalmente conquistato. Cosmopolis può, come la limo di Packer, essere elaboratamente concepito come un veicolo vuoto, – ma con un gran pilota al volante.
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David Cronenberg’s Cosmopolis is a very stylish work. It should be, because it’s a film largely about style. Its theme is the heartless, even sociopathic detachment with which today’s hyper-rich lead their hermetically cushioned-in lives. The problem with stories satirising decadence is that what they satirise can end up looking seductive. What’s to stop Cosmopolisbecoming as vacantly chic as the world it depicts?
The answer is Cronenberg’s ironic intelligence – although this is so finely tuned that it’s hard to pin down quite how it works. That’s why some of his most provocative films – among them, Crash and eXistenZ, both of them echoed here – are among his most misunderstood.
Cosmopolis courts the same fate. The source is Don DeLillo’s 2003 novel about a young billionaire financier, Eric Packer (Robert Pattinson), who spends a day riding across Manhattan in his state-of-the-art limo. He’s ostensibly after a haircut, but in reality – as his reckless financial speculations threaten to sink both him and the entire global economy – he’s heading for a rendezvous with death, truth, the impenetrable dark beyond his world’s luminous spectacle. He is, you might say, cruising for a transcendental bruising.
Cronenberg hasn’t so much adapted as transcribed the novel: he’s trimmed its incident but left much of DeLillo’s hyper-stylised dialogue. The film records Packer’s progress across town, his car moving with regal slowness because of various obstacles: among them, a presidential cortege, the funeral of a Sufi rapper, an angry demo directed precisely at people like Eric. Occasionally Eric picks up passengers with whom he engages in serious, sometimes abstract discussion. An elegant woman (Juliette Binoche) joins him for businesslike sex – then rolls around coquettishly while discussing the viability of Eric’s prospective art purchases. Hirelings discuss numbers, currency fluctuations, the “microtimed” nature of post-modern knowledge, in the case of Vija Kinsky (Samantha Morton), Eric’s “head of theory”. Another woman (Emily Hampshire) comes on board in time to witness Eric’s daily rectal exam – which makes for a grotesquely comic flirtation, Eric leaning over her like a tortured Francis Bacon nude.
Eric’s ultimate appointment is with Benno Levin (Paul Giamatti), an angry ex-employee who embodies an abandoned pre-digital culture. En route, there are other stops to make, including several dreamily happenstance encounters with Elise (Sarah Gadon), the wife that Eric hardly knows.
Here’s what I mean about style: see Cosmopolis in a cinema with good sound, and listen to the way that Gadon’s silky, incantatory voice is recorded so that it’s like a physical object, filling the space around it. This might seem merely an effect, but it’s intrinsic to the outright difference of this film. Cosmopolis uses sound and silence brilliantly. The limo is a space capsule drifting weightlessly through town, excluding all external noise – which implodes into the car the second its doors open.
The car is at once throne room and coffin, its black leather interior as fetishistically realised as anything in Cronenberg’s car-sex drama Crash(look at Binoche’s stiletto propped post-coitally on the console). Outside, the world’s disorder scrolls frictionlessly by, like a live stream of a pageant happening in another universe.
The limo is Eric’s psyche, which can only remain security-sealed for so long; by and by, the world and his own mortality will get to him. But the car is also a stage for an ambulant chamber drama: this is the most overtly theatrical film Cronenberg has made, a series of heightened two-handers, culminating in the apocalyptic showdown with Giamatti’s Levin.
As for what Cosmopolis says about the current financial abyss, I’m not sure it’s that interested in pursuing the diagnoses of DeLillo’s book. What the film does explore, mesmerisingly, is the riddle of how to turn a book about a limo ride into an experience that is itself a ride – or rather a glide. Such is the film’s out-and-out otherness that Robert Pattinson – who puts up a strong, wryly amused show as the savagely blank Eric – himself becomes a stylistic element among many. This is a surpassingly odd film that some will reject outright, but I was totally won over. Cosmopolis may, like Packer’s limo, be an elaborately conceived but essentially vacant vehicle – yet it has a master at the wheel.
source The indipendent via Thinking of Rob













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giugno 20th, 2012 on 18:27
Belle recensioni, sia questa, sia quella dell’Observer, che si vanno ad aggiungere a quelle che abbiamo gia’ letto. E danno ancora altre interpretazioni, letture diverse, frammenti del film ai quali vengono attribuiti di volta in volta significati nuovi, piccoli particolari che erano sfuggiti, metafore nascoste nella scenografia, paragoni con quello o quell’altro film.
Emozioni. Riflessioni.
E pensavo, a come un film cosi’ particolare, possa essere ogni volta dissezionato, analizzato, e commentato in maniera differente, a seconda di chi lo guarda.
giugno 21st, 2012 on 04:07
Chi recensisce ha stile da vendere , senza dubbio .
La sua prosa è piuttosto forbita ,ed è evidente che ha gustato il lavoro .
Tuttavia – a mio vedere – possiede un difetto : é chiarissimo quando intende esaltare determinati particolari , mentre è machiavellicamente contorto laddòve intende sorvolare .
Infatti , io ho capito benissimo quanto gli piaccia la Gadon e quanto ammiri Cronenberg .
Ma non ho altrettanto chiaro cosa ne pensi del protagonista – che è la faccenda che mi premeva di
più capire ( …. sorry , David . Ti ammiro tanto anch’io ! ) -
E’ costantemente presente in scena , infatti , un Pattinson che ” riempie lo spazio fisico circostante ” con una voce dal formidabile timbro e dalle molteplici sfumature – volendo parlare di sonorità – , e con un altrettanto formidabile impatto visivo .
Tutto ciò contribuisce a stagliare nettamente la sua figura , sulla ‘ brochure ‘costituita dai molti elementi stilistici .
Non è affatto un elemento stilistico tra i tanti .
Ecco , appunto , non è chiaro come possa uno ” Spettacolo forte ed ironicamente divertito ” – a detta dell’autore stesso – rendersi indistinguibile dai tacchi a spillo della Binoche , o dai lussuosi interni in pelle nera della limousine .
Non sono le quattro glaciali apparizioni di Sarah Gadon a fare qualitativamente la differenza , se è questo che intendeva sottintendere .
Il lavoro si regge e ruota attorno ad Eric Paker , ed al suo interprete …la vera anima del film .