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Nuova e bella intervista a Robert Pattinson (CineRepubblic)- Cosmopolis: interview to Rob Pattinson

by on apr.23, 2012, under Interviste

Avevi già familiarità con il romanzo di Don DeLillo?

Pattinson:No. Ma avevo letto alcuni degli altri suoi libri. Ho letto prima la sceneggiatura inviatami da David Cronenberg e solo in seguito il romanzo. Il copione è talmente fedele al libro che sembra quasi incredibile, soprattutto se si considera che Cosmopolis era ritenuto impossibile da adattare. Già prima di leggere l’opera di DeLillo, quello che mi colpiva della sceneggiatura era il ritmo concitato e l’implacabile tensione.

Cosa c’era in questo film che ha suscitato la sua attenzione?
Pattinson:Cronenberg, senza ombra di dubbio! Ho girato pochissimi film e non riuscivo ad immaginare come sarebbe stato lavorare con lui. Non sono rimasto deluso… sapevo che avrebbe giocato con la sua creatività e che quest’esperienza mi avrebbe segnato. Mi sono lasciato coinvolgere dalla sceneggiatura allo stesso modo in cui si può essere affascinati da una lunga poesia, una poesia molto misteriosa. Di solito, quando si legge una sceneggiatura, si capisce in maniera veloce di cosa parla, dove andrà a parare e come finirà, nonostante ci siano colpi di scena inaspettati o soluzioni sofisticate che intervengano nel corso della storia. Con la sceneggiatura di Cosmopolis, invece, è stato completamente diverso: più leggevo e non riuscivo a capire come si sarebbe evoluta e più mi spingeva a pensare di voler far parte del film. Non sarebbe stato come girare un film qualsiasi ma un’occasione a sé stante e irripetibile.

La prima volta che ha letto la sceneggiatura si è visto nel ruolo, si è immaginato come sarebbe stato?

Pattinson:Niente affatto. La prima volta che ho parlato con David gli ho infatti spiegato che non riuscivo a prefigurami nulla e lui mi ha rassicurato dicendomi che era un buon segnale. Da quel momento, non mi sono posto molti interrogativi e ho lasciato che tutto il testo si evolvesse in maniera progressiva e organica, trasformandosi nelle scelte visive che avrebbero formato il film. Si è trattato di un processo vivo, anche se durante la prima settimana di riprese tutti ci stavamo ancora chiedendo che direzione avrebbe preso ogni cosa una volta terminato di girare. Tutto era molto affascinante, era come se il film si modellasse passo dopo passo.

Ora che è pronto, il film si discosta molto dalla sceneggiatura o, al contrario, si è attenuto a ciò che era sulla carta?

Pattinson: Difficile da dirsi, il film si muove su diversi livelli. L’ho visto finora due volte. La prima sono rimasto stupito dal suo lato farsesco: mentre giravamo sapevo quali erano i toni ma vederli sullo schermo è stato straniante. La seconda volta, invece, ha preso il sopravvento il peso di ciò in cui ero stato coinvolto. Si è trattato di due proiezioni private per testare l’accoglienza del pubblico, le cui reazioni sono state variegate e di ampio raggio, passando dal sorriso alla tensione.Nonostante la sua complessità, sono rimasto stupito di come Cosmopolis sia stato capace di provocare una così vasta gamma di emozioni.

 

Secondo lei, chi è Eric Packer? Come lo descriverebbe?

Pattinson:Per me, Eric si sente come una persona che appartiene ad un altro universo, che vive come se fosse nato su un altro pianeta e che quindi cerca di scoprire in che realtà dovrebbe vivere. Molto più semplicemente, Packer non capisce com’è il mondo e come funziona.

 

Tuttavia, ha abbastanza conoscenza del mondo in cui vive da riuscire a crearvisi una fortuna.

Pattinson:Si ma in modo molto astratto. Banking, intermediazione e speculazione sono attività scollegate tra loro. Se è riuscito bene in tutto non è perché è uno secialista del settore. Semmai, è grazie a un istinto molto raro, qualcosa di molto misterioso e profondo, che riesce a trattare gli algoritmi come se fossero formule magiche. Nel film, come nel libro, si può vedere che il suo approccio ai dati finanziari tende a proiettarlo sempre nel futuro, tanto che non sa più come vivere il presente. Probabilmente, in qualche modo, riesce a cogliere anche i meccanismi del mondo che lo circonda ma solo in maniera particolare e oscura.

 

Ne ha discusso con David Cronenberg?

Pattinson:Un po’, si. Ma a lui piaceva quando io cercavo risposte a qualcosa di inspiegabile. In particolare, apprezzava quando cominciavo a recitare senza sapere bene quello che stavo facendo e, non appena si rendeva conto che stavo dando vita a delle sequenze di causa ed effetto, mi bloccava. Era un modo molto strano di dirigere, basato interamente sui sentimenti piuttosto che sulle idee.

Come si è preparato per il ruolo?

Pattinson:A David non piacciono le prove.Non abbiamo parlato molto del film prima che cominciasse a girare. Durante la produzione, ho incontrato gli altri attori solo sul set e solo lì ho scoperto come sarebbero letteralmente apparsi nella limousine di Eric Packer. Ed è stato abbastanza piacevole.

Fin dall’inizio delle riprese, è come se io avessi vissuto all’interno del film e della macchina: ero sempre lì, era diventata la mia casa e nel mio spazio accoglievo tutti gli altri attori, venuti in visita mentre io rimanevo seduto su quella specie di trono. Sentirsi un tuttuno con quell’ambiente in velluto è stato abbastanza confortevole e tutti gli altri hanno dovuto in pratica adattarsi a ciò che era il mio mondo.

 

Ha avuto indicazioni sull’aspetto del suo personaggio o sul vestiario?

Pattinson:Si, l’importante però era che Packer avesse un aspetto neutro. Abbiamo quindi cercato di evitare le caratteristiche più ovvie e stereotipate degli uomini d’affari. L’unica discussione è stata solo sulla scelta degli occhiali da sole da indossare all’inizio, ne ho cercato un paio che fossero anonimi e che non rivelassero nulla del personaggio.

 

Fa molta differenza girare le scene nello stesso ordine cronologico della sceneggiatura?

Pattinson: Ritengo che sia stato molto importante, si crea un effetto cumulativo che modella tutto il film. All’inizio delle riprese, nessuno conosce quello che sarà il tono finale… beh, forse solo David ma non l’ha mai lasciato intendere. Per la troupe, l’identità della pellicola si è costruita man mano che Packer rivelava qualcosa in più su di sé. Inoltre, girare in ordine mi ha permesso di cogliere a pieno l’essenza di Packer nel momento in cui la sua vita sta progressivamente cadendo a pezzi.

 

Una delle particolarità del suo ruolo è che, uno dopo l’altro, si ritrova a dover incontrare e interagire con attori differenti. Come ci si sente?

Pattinson:Quando ho accettato di fare il film, l’unico attore già ingaggiato era Paul Giamatti, che ho sempre reputato un grande. Poi, è stato quasi magico e spaventoso vedere Juliette Binoche, Samantha Morton e Mathieu Amalric trasformarsi nei loro personaggi. Ognuno di loro ha portato in scena un tono diverso e non sarà stato facile essere in poco tempo come David aveva loro richiesto. Hanno dovuto trasformare la loro recitazione e farsi guidare dal contesto. Io ero dentro al mondo di Cosmopolis da tempo ma loro hanno dovuto abituarsi subito a quella realtà ed entrare in sintonia con il suo ritmo. Mentre giravamo, Juliette Binoche è stata molto partecipe anche del processo creativo, suggerendo diverse ipotesi di recitazione messe poi in atto.

Con questo vuole dire che ci sono vari stili di recitazione, dettati soprattutto dalle diverse nazionalità degli attori? O tutti gli attori si sono attenuti alle disposizioni di Cronenberg?

Pattinson:Ci sono sensibilità diverse e credo che David non desiderasse altro. Paradossalmente, questa diversità è sottolineata da tutti i personaggi che sono presumibilmente americani, ad eccezione di quello di Mathieu Amalric. Tale diversità è collegata alla città di New York, dove tutti sembrano provenire da luoghi diversi e dove la lingua madre di tante persone non è l’inglese. Naturalmente, il film non mira a ricreare effetti di realismo: si svolge a New York ma non si insiste mai su una determinata collocazione. Avere attori con background differenti che rispecchiano quelli della città contribuisce semmai a donare a Cosmopolis stranezza e astrazione.

Per quanto la riguarda, ha avuto in mente qualche modello o attore a cui ispirarsi?

Pattinson:Al contrario. In realtà, ho solo cercato di evitare qualunque riferimento possibile. Non volevo che il pubblico di fronte a Cosmopolis si ricordasse di altri film con al centro Wall Street, il mondo della finanza e dei ricchi banchieri. Dovevo trovare un approccio tutto mio piuttosto che fare affidamento su atteggiamenti e recitazione ad effetto già visti.

 

Ricorda se Cronenberg ha mai avuto richieste particolari mentre lavoravate insieme?

Pattinson:Ha insistito sul fatto che pronunciassimo ogni parola del copione alla lettera, i dialoghi dovevano essere quelli già scritti. Non avrebbe tollerato nessun cambiamento. La sceneggiatura si basa in gran parte sul ritmo e dovevamo far attenzione alla dizione. Ma l’approccio di David era molto positivo, pochi ciak sono stati ribattuti e questo mi sembrava quasi spaventoso. Appena arrivato sul set Paul Giamatti ha dovuto recitare un lungo monologo tutto d’un fiato e David è riuscito a girarlo senza alcuna interruzione. Sono rimasto affascinato sia dalla prestazione di Paul che dalla prontezza e dalla sicurezza di David.

Le è piaciuto lavorare in questo modo e attenersi scrupolosamente ai dialoghi scritti?

Pattinson:Era qualcosa che ancora non conoscevo e che è stato uno dei motivi principali per cui ho accettato di fare Cosmopolis. Non avevo mai fatto nulla di simile, di solito i copioni pongono le basi da seguire e ogni attore dà il suo contributo, cucendosi addosso il personaggio. Nei miei film precedenti, i dialoghi erano flessibili. Questa volta, invece, è stato come recitare a teatro: quando porti in scena Shakespeare, non puoi certo cambiare i versi.

In qualche modo, la limousine è un po’ come un palcoscenico.

Pattinson:Certo. E, poiché tale contesto si presta a diversi tipi di scene, devi essere sempre pronto a cambiar registro. Dopo tanti anni dai miei inizi teatrali, mi sono ritrovato a dover imparare tutte le battute. Vivi in costante tensione, devi stare sempre attento ma sai che avrai un risultato migliore. Anche se sono stato costretto a vivere da recluso durante le riprese — dovevo conoscere a perfezione la parte, studiare decine di pagine al giorno e mettere tutto a fuoco — ne è valsa la pena: mi ha lasciato una sensazione piacevole, superiore a quella provata sulla maggior parte dei set in cui tutto è frazionato.

 

Quale è stata la maggiore difficoltà mentre girava?

Pattinson:La cosa più inquietante è stata interpretare un personaggio che non passa attraverso un’evidente evoluzione e non segue un percorso prevedibile. In realtà, Packer cambia, ha un’evoluzione da inferno, ma non è come il pubblico è abituato a vedere. David ha tenuto tutto sotto controllo. Non avevo mai lavorato prima con un regista che, curando ogni minimo aspetto del suo film, si ritenesse anche responsabile di ogni cosa, di ogni piccolo passo. Dapprima l’ho trovato inquietante ma poi, poco a poco, ho acquistato fiducia nei suoi metodi e mi sono lasciato andare.

 

English original edition (Interview to Rob Pattinson-Cosmopolis Production Notes)

Were you familiar with Don DeLillo’s novel?
 Pattinson: No. But I had read some of his other novels. I first read the screenplay David Cronenberg sent me, and then the novel. One is incredibly true to the other, it is faithful in a way that seems impossible, for a novel that seemed impossible to adapt. But even before reading the book, what impressed me the most about the script was the quick-paced rhythm and the unrelenting tension.
What was it about this film that appealed to you the most?
Pattinson: Cronenberg, obviously! I have played in only a few films, and none of them came close to what I expected working with him would be like. I wasn’t disappointed… I knew he would be very creative, and that it would be a real experience. And I was appealed by the writing of the script, like a kind of long poem. And a mysterious poem too. Usually when you read a script, you quickly know what it is about, where it is going, how it will end, even if there might be unexpected or sophisticated twists and turns in the plot. But this time it was completely different, the further I read, the less I could figure out where it was leading, and the more I wanted to be a part of it. It doesn’t fit any film genre whatsoever, it is in a league of its own.
When you first read the script, did you see yourself in the role, could you imagine what it would look like visually?

Pattinson: Not at all. The first time I spoke to David, it is exactly what I told him, that I didn’t visualize anything, and he thought it was a good thing. Besides, I think that at this point, he wasn’t thinking much ahead, it all evolved in a progressive, organic way, starting from the text, towards the many visual choices that shape the film. It is a living process. Even during the first week of shooting, we were all still wondering what the film would look like once finished. It was fascinating, I felt like the film was fashioning itself.

Now that it’s done, is the film much different from the script, or on the contrary did you stick to what was written?

Pattinson:It is hard to say, because the film acts on different levels. I’ve seen it twice, the first time I was amazed by its farcical side, which I knew was there during the shooting, but which was unexpectedly apparent. The second time, the gravity of what was at stake prevailed. Both times, there was an audience attending, but the reactions were wide-ranging, from laughter to tension over the dark side Cosmopolis also has. Despite its complexity, I was amazed by the way it reaches a wide range of emotions.

In your opinion, who is Eric Packer? How would you describe him?
Pattinson: To me, Eric is someone who feels like he belongs to another reality, who lives as if he was born on an other planet, and who tries to discover in which reality he should be living. In fact, he doesn’t understand the world as it is.Yet he has enough understanding of the world to make a fortune in it. Sure, but in a very abstract way. Banking, broking or speculating are disconnected activities, he has done well in them, not as a genuine specialist or a mastermind, but rather thanks to a kind of instinct, something much more mysterious, with the help of algorithms not unlike magical formulas. You can see in the film, as well as in the book, that his approach of financial data tends to project him in the future, so much so that he doesn’t know how to live in the present anymore. He probably grasps the workings of the real world somehow, but only in peculiar and obscure ways.

Did you talk about it with David Cronenberg?
Pattinson: A bit, yes, but he liked me to search for something unexplained and unexplainable. He particularly liked it when I played without really knowing what I was doing, and as soon as he felt that I was making up chains of cause and effect, or coming out with a logical explanation for Eric’s behaviour, he would interrupt the take. It was a very odd kind of directing, entirely based on feelings rather than ideas.
How did you prepare for the part?
Pattinson: David doesn’t like rehearsals. We didn’t talk much about the film before the shooting. And I only met the other actors on set, during production. I discovered them as they appeared, literally, on Eric Packer’s limousine. And it was quite pleasant. From the beginning of the shooting, I sort of lived inside the film, and inside the car: I was always there, it was my home, and I welcomed the other actors in my space, sitting tight on this kind of captain’s chair, with everybody visiting me. Being used like that to this environment felt particularly comfortable. Everyone else had to adapt to what was basically my world.
Did you have an input about your character’s looks or wardrobe?
Pattinson: I did, but the thing is he had to have a neutral look, we tried to avoid the most obvious or stereotyped features of rich businessmen or traders. The only discussion was about the choice of the sunglasses at the beginning, I searched for the most indefinable pair, one that wouldn’t say anything about the character.

What difference does it makes to shoot scenes as much as possible in script order?
Pattinson: It is really important, it has a cumulative effect that shapes the film. At first, nobody really knows what the tone of the whole film will be – well, maybe David (Cronenberg) does, but he won’t let it show. For the crew,it is this cumulative effect, as the character reveals more about himself, which slowly builds the identity of the film. It also allows the character to loosen up while his life is falling apart.

One of the particularities of the part is that, one by one, you get to meet many different actors. How does it feel?
Pattinson: When I agreed to make the film, the only actor already on board was Paul Giamatti, which I found was great.
Then, it was both magical and slightly scary to see Juliette Binoche, Samantha Morton, Mathieu Amalric…show up like that. Each of them brought a different tone. It wasn’t easy for them either, all the more so as David expects the actors to transform their acting, to let go of their habits. It was challenging for them, in such a short time. As for me, I was sort of settled in this world, in tune with its rhythm, but the others had to get used to it right away. Actually, some made up very creative things while we were shooting. Notably Juliette Binoche, who came out with an unbelievable number of acting options.
Would you say that there were various styles of acting, especially due to the different nationalities involved, or that everybody ended up fitting Cronenberg’s mould?

Pattinson: Oh no, there were different sensibilities, and I think that David was eager for that. Paradoxically, this diversity is emphasized by all the characters being supposedly American, except for Mathieu Amalric. Such diversity is congruent with New York, where almost everybody seems to come from a different place, and where the mother tongue of so many people isn’t English. Of course, the film doesn’t aim for realism, including about the city of New York, it never insists on a precise location. But having actors with different backgrounds mirrors New York, just as it contributes to the strangeness and abstraction of the film.
As far as you are concerned, did you have any references in mind, maybe other actors to draw inspiration from?
Pattinson: Quite the opposite, actually, I tried to steer clear of any possible reference. I especially didn’t want to remind the audience of other films about Wall Street, financers, rich bankers, etc. It was more about finding the right a state of mind than relying on usual attitudes or acting effects.
Do you remember Cronenberg having any particular demands, focusing on certain points when working together?
Pattinson: He insisted that we had to say the dialogues exactly as they were written, to the letter. He wouldn’t tolerate any variation. The screenplay depends to a large extent on rhythm, we had to comply with that as far elocution was concerned. He was positive about that, so he made very little takes, which I found quite scary. On Paul Giamatti’s first day on set, Paul delivered in one breath his character’s long monologue, certainly
the longest line in the whole film, and David shot it in a single take. It was done, we moved on. I was
enthralled with Paul’s performance, with David’s promptness, and with the way he looked so sure the take was good.
Did you like working this way, scrupulously delivering dialogues as they were written?

Pattinson: It created something I wasn’t familiar with, which is precisely what motivated me the most about making this film. I had never been asked anything like that, usually scripts aren’t followed scrupulously, they are just a foundation and actors are supposed to make them their own. In my previous films, dialogues were flexible.
This time, it was like acting in a play: when you play Shakespeare, you cannot rephrase the lines.

Incidentally, the limousine is a bit like a stage somehow.
Pattinson: Absolutely. And in such a setting, it is possible to shoot one scene or another, which means you have to be ready to play several of them. I spent a lot of time learning all the lines, for the first time since I started out as a stage actor, quite a long time ago now. It creates a tension, you have to remain on the alert, which is for the best… Even though it forced me to live the life of a recluse during the shooting: I had to know the part,remember dozens of pages and stay focus. But actually it is quite a pleasant feeling. It’s better than on most sets, where everything is fractioned.

What was the most difficult thing for you about the shooting?
Pattinson :It was disturbing to play a character who doesn’t go through an obvious evolution or follow a predictable path. Actually he does, it is even a hell of an evolution, although not in the way we usually get to see characters change. But David completely controlled this dimension. I have never worked with a director so much in control of his film, who considers himself fully in charge of each and every aspect of it, knowing exactly what he wants, every step of the way. At first I found it unsettling, but gradually I felt more and more confident and relaxed.

 

 

 

 

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SU CINEREPUBBLIC  e APPROFONDISCI COSMOPOLIS CON L’ INTERVISTA A DAVID CRONEMBERG E  Don DeLillo sempre su CINEREPUBBLIC

si ringrazia Anna Sette per la segnalazione

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19 Commenti per questo articolo

  • ellevi

    Un vero piacere leggere questa intervista a Rob!!

  • pattz@

    Fa piacere perchè Rob da risposte circonstaziate, estremamente intelligenti e che fanno capire la sua buona cultura cinematografica, la sua volontà di mettercela tutta, la sua umiltà.
    Grande Rob, bravo! e ancora mille grazie a Cronenberg che ha puntato su di lui per un ‘one man show’ com’è sto film!
    …manca poco…. inspiro, espiro, inspiro….

  • becauseofrob

    QUESTA e’ l’intervista che aspettavo di leggere!
    Fin dall’anno scorso, ero curiosa di sapere come si era trovato Rob a lavorare con Cronenberg, ma lui non ne aveva mai parlato. Finalmente! E’ un’intervista bellissima, e Rob dimostra ancora una volta di essere una persona estremamente intelligente, e un grande professionista. Mi fa molto piacere leggere che si e’ trovato bene, e che addirittura ne e’ uscito arricchito, da questa esperienza. E’ giovane, bravo, e molto molto serio sul suo lavoro. Non mi stupirei, se tornasse a lavorare con Cronenberg, anzi ne sarei felicissima. Ho letto anche le interviste al regista e all’autore del libro, e le ho trovate interessantissime. Grazie Anna Sette, per avercele segnalate!

  • zagrella

    ho goduto ogni parola , ogni rigo di questa intervista..che meraviglia d’uomo che sei Robbè, e che domande sensate..finalmente!!

  • babalina

    una bellissima intervista, piena di sensazioni, di particolari e di coesione tra regista e attori. ma cosa più importante è che non c’era nessuna domanda su twilight! finalmente un giornalista che fa domande intelligenti! le risposte non potevano essere da meno!

  • bargioi

    è davvero un piacere leggerlo.. si capisce da qui il llivello della sua intelligenza! come parla bene… avrei voluto sentire kris..FIGURATI! quella no sa appiccicare due parole una dietro l’altra! no rob è rob.. e poi finalmente domande intelligenti mica le solite cazzatine!

  • grizabella

    Quando gli vengono poste domande serie ed intelligenti , i giornalisti lo trovano .
    Sempre !
    Finalmente , ha trovato pane per i suoi denti .
    Leggendo l’intervista – che è veramente interessante – ho pensato , però , che Robert non l’abbia rilasciata avendo un microfono davanti bensì una tastiera …. via Web , intendo .
    Robert parla bene : ma quì noto una lucidità di pensiero , un uso preciso dei termini ed un linguaggio particolarmente forbito , che mi fanno pensare più ad ottima prosa che non ad una – alfina acquistata – scioltezza di parola .
    Robert è timido , e davanti a qualcuno con un taccuino non sono sicura che sarebbe riuscito a collegare tanto bene ” his head with his mouth “… ;)
    Comunque sia , ora sappiamo che saprebbe ANCHE scrivere : ed è un vero piacere leggerlo , quasi quanto ascoltarlo .

  • Consu

    Complimenti all’intervistatore per le domande intelligenti, sensate e assolutamente intriganti e interessanti e complimenti a Robert per le sue risposte esaustive e mai scontate e banali. Ce ne vorrebbero di piu’ di professionisti cosi in quell’ambiente…e in tutti gli altri!Bravi.

  • Fiammy

    Dopo 2 anni e mezzo di traduzioni del Rob-pensiero, un’idea me la sono fatta su come si esprime Rob. Come molte persone che vengono da un contesto (quello inglese) e si adattano ad un altro (quello americano, ma anche quello hollywoodiano, il pubblico dei teenager e il pubblico dei giornalisti etc) ed avendo una certa insicurezza di fondo, tende ad adattarsi di volta in volta, cosicchè a chi traduce capita di vederlo mescolare termini più “adulti” con termini più “da ragazzo”. Questo almeno nella mia esperienza. Dopo di chè a seconda del contesto le sue risposte sono più o meno mature, più o meno ironiche etc etc. Se nella conferenza stampa di Barcellona (con annessa registrazione audio) per WFE le risposte erano incredibilmente (ma realmente) molto mature, sia pure inframezzate a battute, quella di Berlino (per Bel Amì) era meno “brillante” (ma con un paio di battute ad effetto assolutamente memorabili). Anche qui, ci sono registrazioni audio video a conprova. Cosmopolis è un progetto a cui tiene (e molto) di cui probabilmente farà una maggiore promozione. Ed è un progetto “adulto” e così va promozionato. Credo se ne renda conto anche lui. Il resto lo fa la traduzione italiana del testo originale, e se in italiano si traduce bene e ci si limita al minimo nell’uso dei traduttori “automatici”, la lingua italiana è per definizione più ampia e per dire le stesse cose che in inglese si usano più parole e più articolate. Nemmeno io faccio (se non quando proprio serve, quando è necessario che sia “letterale”) una traduzione letterale delle interviste a Rob (e ne ho tradotte un numero molto molto alto), ma faccio una versione che renda chiaro quello che l’attore vuole dire o intendere. Il “letterale” si usa solo (o si dovrebbe usare) quando per l’appunto ciò che dice è “non chiaro”, o ha più chiavi di lettura possibili. L’intervista in questione (ancora complimenti a chi l’ha fatta) è decisamente splendida, e ne viene fuori un Rob verosimilmente cresciuto, o forse.. solo un pò più se stesso che in tante “rielaborazioni” fatte dai giornali. Almeno a me piace pensarla così. Abbraccio

  • ellevi

    Grande la nostra Fiammy!!!

  • becauseofrob

    Come e’ vero Ellevi!
    Siamo proprio fortunate ad averti, cara Fiammy. Non finiremo mai di ringraziarti.
    E trovo molto giusto quello che dici, anche a me piace pensare che in questa intervista, Rob sia piu’ se stesso. Non so perche’, ma ho la sensazione che nelle interviste, Rob si senta spinto a dover intrattenere, in qualche modo. Forse mi sbaglio, ma penso che nel suo lavoro, sia molto piu’ serio di come lo conosciamo (anche se, a detta di tutti, e’ una persona molto divertente). Parlo di serieta’ professionale e di competenza.

  • grizabella

    Ci sono registrazioni audio e video a comprova ?
    Grandissimo .
    Veramente , Fiammy Diletta , non aspettavo altro .
    Non aspettavo altro che tu mi chiarissi questo punto , come hai fatto , prontamente e con argomenti che condivido assolutamente !
    Questo è il nostro ragazzo : ha un milione di sfaccettature , e non finisce MAI di stupirci positivamente .
    P.S. : questi video li potremo vedere , più avanti ?
    Vorrei potermi liquefare dall’orgoglio ANCHE VEDENDOLO esprimere a parole e gesti questi suoi pensieri così profondi , e colti , che mi hanno fatto sobbalzare sulla sedia solo a leggerli ….. Lo inserirei tra i miei preferiti seduta stante .

  • Fiammy

    esiste la registrazione della conferenza stampa di Barcellona ed esiste la registrazione della conferenza stampa di Berlino, intendevo.-^_^

  • patrizia

    anche io penso che Rob sia molto piu’ maturo e serio di quel che vuol far apparire.Lo hanno detto tutte le sue costar,i regisii con cui ha lavorato.Certo e’ anche un ragazzo divertente,dalla battuta pronta e dotato di grande ironia,di cui nelle interviste si serve,anche per nascondere la sua innegabile timidezza o per tirarsi fuori da qualche domanda inopportuna.Purtroppo questo ha fatto si’ che la stampa cogliesse solo il suo lato “allegro” e lo considerasse quasi un superficiale.Cosa che non e’ assolutamente.Rob mi affascina e mi intriga nel suo modo di essere,mi piacerebbe conoscerlo,parlarci,per scoprirne la vera essenza e credo che mi piacerebbe ancora di piu’:e’ una persona molto intuitiva,riflessiva e dinamica intellettivamente.Complimenti a Fiammy,senza di te non so come faremmo:ti adoro,come adoro questo blog.

  • Fiammy

    detto questo, l’intervista di CineRepubblic è la traduzione italiana della intervista a Rob che è riportata anche delle production notes del film stesso quindi è assolutamente reale e fornita dall’Alfama film (Ascot Elite per Alfama, in questo caso) Semplicemente viene fornita alla stampa specializzata così come è, ovvero già fatta, che poi la pubblica (dopo annessa traduzione in lingua, da qui le eventuali differenze in traduzione, o le scelte linguistiche a seconda del paese etc) ^_^

  • La patti

    Because,Griza sono completamente d’accordo con quello che avete scritto.:)

  • Fiammy

    @griza: i video li abbiamo pubblicati al blog ^_^ sia della conferenza stampa di Barcellona sia della conferenza stampa di Berlino li trovi usando il “cerca” o guardando le categorie. Questa intervista è ufficiale ^_^.

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